Guilmi, Tripaldi e le cavallette

Un luogo perduto della memoria, tra leggenda e storia

| di Terenzio Zocchi
| Categoria: Storia
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A volte la memoria del passato sfugge. In genere ricordiamo i nostri bisnonni, a volte i trisavoli, ma non riusciamo a risalire più indietro nel tempo senza consultare qualche vecchio registro.


A Guilmi è diverso. Gli anziani del borgo si tramandano da secoli un punto fermo: in un passato non precisato, sul territorio esisteva un villaggio oggi scomparso, Tripaldi, o meglio, la Rocca di Tripaldi. Questo paese si affacciava sul fiume Sinello e guardava sull'altra sponda un altro borgo, sul crinale che oggi si chiama Casareni, nel comune di Montazzoli. In questo tempo mitico, la vita scorreva tranquilla: nel punto in cui le due rive del fiume quasi si toccavano, gli abitanti dei due villaggi si passavano merci e masserizie. Anche il lievito madre, a volte.

 

Poi avvenne un cataclisma, di proporzioni spaventose: il fiume Sinello sprofondò di molti metri, separando i due paesi. Un'invasione di cavallette (oppure di formiche, secondo altri) costrinse gli abitanti di Tripaldi ad abbandonare le proprie case, mentre il campanile di Casareni crollava nella gola del fiume. Si dice che nella pozza sottostante, la cosiddetta Pantiera della Madonna, la vecchia campana sia ancora nascosta nell'acqua, e che si riesca a farla rintoccare, lanciando sassi nel pantano.


I profughi di Tripaldi, dietro la guida di un sacerdote, costruirono delle capanne sul colle vicino, attorno ad un olmo secolare. Molti subirono il martirio a seguito di un'incursione di barbari o saraceni, quindi i pochi superstiti edificarono il primo nucleo fortificato dell'attuale Guilmi
 


Questa leggenda è ancora sentita come viva e importante dalla popolazione guilmese. Al villaggio scomparso è stata dedicata una strada del centro storico, via Tripaldi, appunto. Negli anni '50, poi,  il maestro Quinto Matricardi, insegnante nelle scuole elementari del paese, inserì questa leggenda nella sua poesia "O dolce Guilmi", subito musicata per il coro parrocchiale:

(...)
Quando le cavallette distrussero Tripaldi
i miseri mortali dovettero fuggir (...)
Vi fu un sacerdote che costruì una chiesa
per la gran difesa divenne un gran castel
ma furono bruciati i difensori
resta per noi venerazion. (...)



Dunque, storia o leggenda? Decisamente storia, visto che in un documento feudale del 1417 tra i borghi della Contea di Monteodorisio compare anche "Guilmi con Tripaldi". Gli studiosi, davanti a questa nota, hanno cercato di individuare il villaggio sul territorio: alcuni hanno pensato al Colle San Marco, nelle cui adiacenze c'era una chiesa dedicata appunto a San Marco Evangelista, almeno dal X-XI secolo; altri hanno proposto il centro storico di Guilmi: Tripaldi ne sarebbe stato un quartiere. Ma gli anziani di Guilmi si sono sempre tramandati un luogo preciso.

 

Nel 2012, durante la permanenza dell'artista Emanuela Ascari nell'ambito del Guilmi Art Project e a seguito del rinvenimento fortuito di una sepoltura affiorante sul terreno, c'è stato un sopralluogo da parte della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Abruzzo che ha certificato la presenza di un sito abitato. L'area si trova a Ovest di Guilmi, su un crinale molto ripido affacciato sulle gole del fiume Sinello, a circa 460 metri sul livello del mare. Ufficialmente ci troviamo all'interno del bosco di querce in località Difesa, ma i guilmesi hanno sempre chiamato quel punto Truppielle, cioè Tripaldi.


I dati storici sfuggono, anche se le tracce di un insediamento abitato sono indubbie. Il villaggio porterebbe il nome di qualche personaggio germanico, Atrepald, forse longobardo, ma le testimonianze di quel periodo scarseggiano. L'ultimo documento in ordine di tempo risale invece al 1447, quando il borgo abruzzese registrato come "Tripalle" risultava avere una popolazione complessiva di  83 abitanti per 14 famiglie, contro le 135 anime e le 28 famiglie di Guilmi.

 

Non un villaggio precedente Guilmi quindi, ma un avamposto sul fiume esistito in parallelo per secoli, fino all'abbandono in un periodo segnato da carestie, peste e spopolamento. Forse la leggenda delle cavallette racconta proprio questo: un periodo duro di cambiamenti. Ovviamente non ci sono campane nella Pantiera della Madonna, né il corso del fiume è potuto sprofondare all'improvviso, ma anche queste devono essere le trasposizioni nel mito dei suoni e delle forme della natura accidentata della zona.


E il villaggio dirimpettaio di Casareni? Forse è il ricordo dell'insediamento di Basélice, come pensa anche Davide Aquilano, archeologo e presidente di Italia Nostra del Vastese. Paese un po' più longevo, Basélice andò in abbandono nel corso del XVII secolo: il suo territorio disabitato venne acquistato poi dai baroni Franceschelli di Montazzoli nel 1686. E fu un affare, visto che venne messo subito a coltivazione.

Terenzio Zocchi

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