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"Il peccato più grande: smarrire lo sguardo di Dio"

(Ez 34,11-12.15-17; Sal 22; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46)

| di Simone Calabria
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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La liturgia oggi ci invita a fissare lo sguardo su Gesù come Re dell’Universo. La bella preghiera del Prefazio ci ricorda che il suo regno è «regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace». Le Letture che abbiamo ascoltato ci mostrano come Gesù ha realizzato il suo regno; come lo realizza nel divenire della storia; e che cosa chiede a noi.

“Avevo fame, avevo sete, ero straniero, nudo, malato, in carcere...”. Dal Vangelo emerge un fatto straordinario: lo sguardo di Gesù si posa sempre sul bisogno dell'uomo, sulla nostra povertà e fragilità. E dopo la povertà, il suo sguardo va alla ricerca del bene che circola nella vita quotidiana: mi hai dato pane, acqua, un sorso di vita, e non, come ci saremmo aspettati, alla ricerca dei nostri peccati e dei nostri errori. Ed elenca sei opere buone che rispondono alla domanda su cui si basa tutta la Bibbia: che cosa hai fatto di tuo fratello? Quelli che Gesù evidenzia non sono grandi gesti, ma gesti potenti, perché nascono da chi ha lo stesso sguardo di Dio. Grandioso capovolgimento di prospettiva: Dio non guarda il peccato commesso, ma il bene fatto. Sulla bilancia di Dio il bene pesa di più. È la bellezza della fede: la luce è più forte del buio; una spiga di grano vale più della zizzania del cuore. Ed ecco il giudizio: che cosa rimane quando non rimane più niente? Rimane l'amore, dato e ricevuto. In questa scena potente e drammatica, che è lo svelamento del nostro destino, Gesù stabilisce un legame così stretto con noi, da arrivare fino a identificarsi con loro: “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”. Gesù sta pronunciando una grandiosa dichiarazione d'amore per l'uomo: io vi amo così tanto, che se siete malati è la mia carne che soffre, se avete fame sono io che ne patisco i morsi, e se vi offrono aiuto sento io tutto il mio corpo gioire e rivivere. Nella seconda parte del racconto ci sono quelli mandati via, perché condannati. Che male hanno commesso? Il loro peccato è non aver fatto niente di bene. Non sono stati cattivi o violenti, non hanno aggiunto male su male, non hanno odiato: semplicemente non hanno fatto nulla per i piccoli della terra, per gli indifferenti. Non basta essere buoni solo nel cuore e dire: io non faccio nulla di male. Perché si uccide anche con il silenzio, anche con lo stare a guardare, fermi, alla finestra. Non impegnarsi per il bene comune, per chi ha fame o patisce ingiustizia, stare a guardare, è già farsi complici del male. Il contrario esatto dell'amore non è allora l'odio, ma l'indifferenza, che riduce al nulla il nostro fratello che abbiamo attorno: non lo vediamo, non esiste, è un morto che cammina. Questo atteggiamento papa Francesco l'ha definito «globalizzazione dell'indifferenza». Il male più grande è di aver smarrito lo sguardo, l'attenzione, il cuore di Dio fra noi. Carissimi, amiamo veramente i nostri fratelli e così saremo pronti a condividere ciò che abbiamo di più prezioso, cioè Gesù stesso e il suo Vangelo! Amen.

Simone Calabria

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