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“Il rischio di una fede dal «cuore lontano» piegata all'esteriorità”

| di Simone Calabria
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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“Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo”.

Queste parole tratte dalla lettera dell'apostolo Giacomo, ci vengono incontro proprio mentre sta terminando il periodo delle vacanze e si riprendono le attività ordinarie.

Sono un dono che il Signore fa’ a noi per questo tempo perché possiamo “conservarci puri da questo mondo” e comprendere qual è il culto davvero gradito a Dio. 

Gesù è ancora in Galilea. Alcuni scribi e farisei arrivarono da Gerusalemme per discutere con Lui. 

Se pensiamo alle nostre liturgie eucaristiche domenicali è da rimproverare semmai una certa superficialità nel trattare le cose di Dio. S. Giovanni Paolo II, nell'enciclica sull'Eucarestia, richiama al decoro della celebrazione. “La mancanza di rispetto per il rito manifesta una mancanza del senso di Dio accompagnato da forte senso di sé. È ovvio che, se le prescrizioni rituali non vivono all'interno di un rapporto reale e autentico con il mistero che si celebra diventano, appunto, ritualiste, ossia gesti vuoti di senso e soprattutto privi di cuore, esteriori e freddi”.

I farisei, comunque, vedendo i discepoli di Gesù che non osservano i riti di purificazione prima di mangiare, si sentono in pieno diritto di chiedere al maestro: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”. 

Ovviamente, il rimprovero è diretto non alla trasgressione di una norma igienica ma ad una prescrizione rituale (le abluzioni originariamente erano richieste solo ai sacerdoti, ma i farisei – volendo un popolo perfetto – le estesero a tutti). Gesù condanna l’aridità di un atteggiamento esteriore: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”.

Gesù conosce bene quanto Mosé ordinò al popolo d'Israele: “Ora dunque, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, perché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso del paese che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla”. 

Gesù non esorta affatto a disobbedire alla legge. Quel che condanna è la lontananza del cuore degli uomini da Dio.

È capire qual è il rapporto personale tra noi e Dio.

Il grande pericolo per noi credenti, è di vivere una religione dal «cuore lontano», fatta solo di pratiche esteriori, di preghiere recitate solo con le labbra; di compiacerci dell'incenso, della musica, della bellezza delle liturgie, ma non partecipare al dolore, al bisogno, alla sofferenza dell’altro.

Mosè ne era ben cosciente di questo distacco tanto da chiedersi in modo retorico: “Quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?”.

Se Dio è così vicino, è davvero assurdo che ci rivolgiamo a Lui solo con gesti esteriori senza che il cuore abbia un minimo di vibrazione d'affetto.

C'è una prima affermazione molto chiara: nessuna delle cose create è inadatta a Dio; quindi, nulla è impuro. L'impurità, infatti, non è nelle cose ma nel cuore dell'uomo: “è dal cuore degli uomini che nascono le intenzioni cattive: furti, omicidi, adulteri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”,afferma Gesù. Con tali affermazioni Gesù chiarisce che il male non nasce per caso. Il male ha il suo terreno, che è il cuore e noi siamo i suoi agricoltori, responsabili dell'amarezza di questo mondo.

È perciò dal cuore che bisogna partire per estirpare il male in questo mondo ed essere migliori. Ed è nel cuore che vanno piantate le erbe buone della solidarietà, dell'amicizia, della pazienza, dell'umiltà, della pietà, della misericordia, del perdono. La via per questa piantagione buona è segnata dal Vangelo. A noi il compito di accogliere quella parola e farla crescere perché possa portare frutti. E l'apostolo Giacomo, quasi a commento delle parole di Gesù, afferma: “Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi”.

Simone Calabria

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