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“La nostra vocazione: accettare la realtà”

| di Simone Calabria
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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La liturgia oggi ci aiuta a capire, ancora di più, qual è la nostra identità cristiana mettendoci davanti una situazione di "vocazione", (la chiamata di Simon Pietro, Giacomo e Giovanni), cioè di chiamata a seguire il Signore.

C'è subito da chiarire un dubbio. Quando si parla di "vocazione" non si deve intendere solo una chiamata speciale: ad essere “preti” o consacrati con voti religiosi. Non è così. Ognuno di noi, viene consacrato da Dio prima di nascere con la chiamata alla vita, poi con il Battesimo e gli altri Sacramenti, ha una propria vocazione, ha un proprio destino.

Dalle letture ascoltate possiamo comprendere alcuni metodi per cercare di capire qual è la strada giusta:

1. riconoscere l’immenso amore e misericordia di Dio nonostante la nostra fragilità.

Nel testo di Isaia (IaLettura), è il profeta stesso che protesta il suo limite che sembra renderlo inadeguato alla chiamata del Signore: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono».

Ma Dio non trova ostacolo in questo: «Ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato». È Dio che spiana la strada alla chiamata per stargli vicino, vivere con Lui.

Anche S. Paolo, (IIaLettura), evidenzia la stessa dinamica. Prima della via di Damasco, Saulo non era degno di essere chiamato apostolo perché ha perseguitato la Chiesa di Dio». Ma il Signore l’ha chiamato e Saulo (S. Paolo) ha risposto e poi si è convertito: «Per grazia di Dio sono quello che sono (cioè Apostolo), e la sua grazia in me non è stata vana».

La stessa cosa, infine, è per la chiamata di Simon Pietro, Giacomo e Giovanni (nel Vangelo) e gli altri che formarono il gruppo dei Dodici.

«Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore"». E Gesù risponde: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini».

Non fa’ difficoltà al Signore la nostra limitatezza, la nostra fragilità, debolezza. Quello che conta, da parte nostra, è dire di sì alla sua chiamata. Lasciarci prendere dalla sua amicizia, conquistare da Lui. Nessun limite, nessun peccato può essere il pretesto per rifiutare di svolgere un cammino serio, di piena responsabilità sia umana che cristiana.

È importante, di conseguenza, avere e nutrire un atteggiamento di accettazione di sé stessi e di autostima; non in base a valutazioni presuntuose, ma in quanto ci guardiamo con gli stessi occhi di Dio. 

Dobbiamo avere un cuore semplice, umile e fiducioso quando ci accorgiamo che Dio ci chiama per stare con Lui, e non adattarci alla mentalità di questo mondo.

Troppe volte, infatti, ci tiriamo indietro dall'impegno di vita a cui Dio ci sta chiamando. E ciò succede quando ci si adatta a quello che fanno gli altri, perché “si è fatto sempre così”…si ha paura di farsi vedere credenti in mezzo a persone di cui temiamo il giudizio... È importante, peraltro, che riconosciamo che tutto quello che il Signore ci chiede di fare è veramente un dono, è un servizio gratuito, è un ministero.

“Quello che abbiamo ricevuto lo dobbiamo ridonare”. 

Come avviene questa chiamata? Come si manifesta questa scelta? È semplice: attraverso le circostanze della vita. Perciò prendere sul serio la vita. 

Simone Calabria

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