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“La salvezza è portare frutto a tutti”

| di Simone Calabria
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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La liturgia di questa Domenica si apre con il raccontarci l'esperienza di Mosè sul monte Oreb. Mosè stava pascolando il gregge del suocero Ietro e si spinse fino all'Oreb; era fuggito dall'Egitto perché la sua vita era in pericolo (aveva ucciso un egiziano). Lì conduceva una vita normale; forse, l'unica differenza era quella di tenersi a distanza dagli egiziani. 

Un giorno, arrivato alle pendici del monte, «l'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto»: un fuoco che bruciava ma non consumava. Così è la Parola di Dio: ci scuote nell’anima, ma non ci distrugge. Questo fuoco si fa parola viva, chiama Mosè per nome: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». Mosè non solo si tolse i sandali, si velò anche il viso, «perché aveva paura di guardare verso Dio». È il senso della nostra pochezza e della nostra povertà. Prostriamoci davanti a Gesù che è buono e misericordioso, si prende cura della nostra vita. «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti; conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto…». Mosè aveva paura di tornare in Egitto, ma soprattutto, come si sarebbe presentato al suo popolo? Con quale autorità avrebbe chiesto di essere ascoltato? Una domanda saggia, impregnata di tutta la sua fragilità e inadeguatezza. La forza del discepolo, di ognuno di noi, non si fonda sulle nostre capacità, ma sulla vicinanza del Signore «Io sono (sarò) con Te».

Nel Vangelo notiamo racconti di morte e grandi domande. Ogni giorno, purtroppo, leggiamo notizie brutte: omicidi, incidenti, catastrofi…. Nel brano di oggi, Gesù accenna a due fatti tragici che a quel tempo avevano suscitato molto scalpore: una repressione cruenta compiuta dai soldati romani all’interno del tempio; e il crollo della torre di Siloe, a Gerusalemme, che aveva causato diciotto vittime.

Che colpa avevano quelle 18 vittime? Gesù conosce la mentalità superstiziosa dei suoi ascoltatori e sa che essi interpretano quel tipo di avvenimenti in modo sbagliato. Infatti pensano che, se quegli uomini sono morti così crudelmente, è segno che Dio li ha castigati per qualche colpa che avevano commesso; come dire: “se lo meritavano”. E invece il fatto di essere stati risparmiati dalla disgrazia equivaleva a sentirsi “a posto”. Loro “se lo meritavano”; io, invece, sono “a posto”.

Gesù rifiuta nettamente questa visione, perché Dio non permette le tragedie per punire le colpe. Piuttosto, Egli invita a ricavare da questi fatti dolorosi un ammonimento che riguarda tutti, perché tutti siamo peccatori; dice infatti a coloro che lo avevano interpellato: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

Anche oggi, di fronte a certe disgrazie e ad eventi luttuosi, può venirci la tentazione di “scaricare” la responsabilità sulle vittime, o addirittura su Dio stesso. Ma il Vangelo ci invita a riflettere: che idea di Dio ci siamo fatti? Siamo proprio convinti che Dio sia così, o quella non è piuttosto una nostra proiezione, un dio fatto “a nostra immagine e somiglianza”? Siamo capaci di diffondere il buon profumo di Cristo?

Gesù ci chiama a cambiare il cuore, a fare una radicale inversione di marcia nella nostra vita, abbandonando i compromessi con il male (ipocrisie, ingiustizie, gelosie…), per imboccare decisamente la strada del Vangelo. Ma ecco di nuovo la tentazione di giustificarci: “Ma da che cosa dovremmo convertirci? Non siamo brave persone?”. Quante volte abbiamo pensato questo: “Ma, tutto sommato io sono bravo, non faccio male a nessuno? E noi così ci sentiamo giustificati.

Se noi non cambiamo, se non ci convertiamo in costruttori di pace, questa terra andrà in rovina perché fondata sulla sabbia della violenza e dell'ingiustizia. Gesù ci ha dato un comando: “Amatevi gli uni gli altri come Io ho amato voi”…Il Vangelo è tutto qui.

Nella parabola del fico sterile Dio non è il padrone esigente, ma il contadino paziente e fiducioso:“Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”.

Ancora un anno, ancora sole, pioggia e lavoro: quest'albero è buono, darà frutto! Dio, come un contadino, si prende cura di questo albero che siamo noi…ci lavora attorno, ci pota. «Forse, l'anno prossimo porterà frutto». In questo “forse” c'è il miracolo della pazienza di Dio: una piccola probabilità, è sufficiente a Dio per attendere e sperare. Convertirsi vuol dire credere a questo Dio che si prende cura di ognuno di noi, del bisogno del nostro cuore. La salvezza è portare frutto, non solo per sé, ma anche per altri. Come il fico che per essere tale deve dare frutto, così anche noi per stare bene ed essere felici dobbiamo dare noi stessi. Questa è la legge della vita.

La Vergine Maria ci aiuti a non giudicare mai gli altri, ma a lasciarci provocare dalle disgrazie quotidiane per fare un serio esame di coscienza e pentirsi.

Simone Calabria

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