ASD Pallavolo San Salvo, quando lo sport sociale viene sacrificato da un regolamento

Antonella Schiavarelli
14/02/2026
Sport
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Ieri pomeriggio nella palestra di via Verdi, la ASD Pallavolo San Salvo e gli Amici del Basket si sono trovate, loro malgrado, su fronti contrapposti. Non per rivalità sportiva, ma per effetto di una gestione degli spazi e degli orari che, a seguito dell’applicazione del nuovo regolamento comunale, ha generato difficoltà organizzative e tensioni a stagione sportiva già iniziata.
La protesta messa in atto, prolungando gli orari degli allenamenti, dall’ASD Pallavolo San Salvo sostenuta dalle famiglie presenti, ha acceso i riflettori su un tema più profondo: la sostenibilità delle associazioni sportive locali e il ruolo che esse svolgono nella comunità.
L’ASD Pallavolo San Salvo da 30 anni, non è soltanto una società sportiva, è una realtà che persegue finalità sociali evidenti: promuove l’inclusione, favorisce la crescita educativa dei più giovani, rappresenta un presidio aggregativo per decine di famiglie, rispondendo ad ogni richiesta di aiuto di associazioni, parrocchie, assistenti sociali, per bambini in difficoltà.
Il dato economico è indicativo: una quota associativa annuale di 100 euro, destinata principalmente a coprire le spese assicurative, testimonia una vocazione non commerciale ma sociale. 
In un contesto in cui molte attività sportive hanno costi ben più elevati, questa scelta rivela una precisa missione, garantire accesso allo sport a tutti indistintamente.
Mettere sullo stesso piano realtà che operano con modelli organizzativi e finalità differenti, senza una valutazione qualitativa del servizio reso alla collettività, rischia di generare squilibri e purtroppo conflitti.
Il problema non è tra associazioni.
La contrapposizione tra pallavolo e basket non nasce da una volontà conflittuale tra le due società. Nasce piuttosto dall’assenza di una mediazione politica capace di leggere le differenze e governarle.

Quando gli impianti sportivi comunali diventano terreno di competizione anziché di collaborazione, il problema non è nello sport, ma nella mancanza di una regia. 
Una regolamentazione pur formalmente corretta può rivelarsi inadeguata se non tiene conto della funzione educativa e sociale svolta, dell’accessibilità economica garantita.
Lo sport di base, soprattutto quello giovanile, è una componente essenziale del welfare territoriale. 
La soluzione non può essere una vittoria dell’una o dell’altra realtà.
Un regolamento sugli spazi pubblici dovrebbe prevedere criteri differenziati che valorizzino le finalità sociali, premiando chi investe nella formazione giovanile e soprattutto nell’inclusione.
La risposta dovrebbe passare dalla capacità politica di trovare una sintesi. Senza contrapposizioni, senza irrigidimenti. Con l’obiettivo di garantire a tutte le realtà sportive di operare, ma tenendo conto dei fini che ciascuna persegue.
Non si tratta di creare gerarchie, ma di riconoscere le differenze, perché non si possono trattare tutti con gli stessi criteri, perché allora li si creerebbero le vere disuguaglianze.

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