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IL MOLISE DI FRANCO VALENTE: PETTORANELLO

| di Franco Valente
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Nel 1153 Pettoranello doveva avere, insieme a Castelpetroso, una discreta rendita, perché Raul di Molise per tenerlo in feudo doveva provvedere a mantenere ben 4 militi ed altrettanti servienti nell’esercito.

Ciò corrispondeva ad un imposta annuale, diremmo oggi, almeno pari ad 80 once d’oro.

Raul teneva il feudo per conto di Ugo conte di Molise, del quale doveva essere anche particolarmente amico se è vero che per lui si spostò a Venafro nel luglio di quell’anno per sottoscrivere, in qualità di testimone, un accordo per la concessione all’abate di S. Sofia di Benevento dei diritti sui castelli di Castelvecchio, Toro e S. Giovanni in Galdo.

Le origini di Pettoranello, perciò, si riconducono almeno all’epoca normanna quando il centro era sicuramente ben definito urbanisticamente tant’é che un certo Matheus, nel novembre del 1144, si definiva de Pectorano negli atti di una causa che gli aveva intentato Maccabeo, monaco preposto di S. Pietro Avellana, per una questione relativa alla chiesa di S. Marco di Agnone.

Certamente di Pettoranello si interessò Carlo I non appena salito al trono, perché il suo territorio nel 1269 veniva dato in feudo a Goffredo di Faenza. Nel periodo di dominio angioino cambiò più volte padrone, passando da Giovanni Scotto a Tommaso Capuano detto il Gattafosca e poi a suo figlio Antonello. Questi, morendo senza figli, lasciò il feudo alla Sorella Martuccia che portò la sua rendita al marito Filippo appartenente ai Sanfromondo. Poi vi furono i da Ponte, i Cantelmo ed i Caldora fino al 1442.

Pettoranello conserva pochi brandelli dell’antica cinta muraria che si sviluppa dall’altra parte del colle che ospita l’attuale centro abitato, oggi tutto raccolto attorno alla grande mole della chiesa dell’Assunta.

Nella parte più alta del colle rimane la struttura di un antico castello, trasformato in maniera vistosa dopo il terremoto del 1805. Il cortile, pesantemente manomesso, ora si apre verso l’attuale piazza, ma in origine, probabilmente, aveva un proprio accesso dalla parte opposta, verso Pettorano Vecchio (come ricordano i nomi dei vicoli che conservano il toponimo originale).

L’andamento circolare di una torre di notevoli dimensioni fa immaginare quale fosse la forma antica del castello che, sicuramente nel periodo del brigantaggio pre-unitario, si arricchì di due piccole torri adatte ad una agevole difesa attiva con schioppi.

Dell’antica cinta muraria sul lato occidentale sopravvive solo una torre che si appoggia alla scarpa rettilinea secondo il sistema banalmente detto a fetta di salame che ritroviamo anche a Roccapipirozzi e Roccamandolfi e che fa sollevare ulteriori dubbi sulla sua datazione, perché non è ancora del tutto chiaro se quei tipi di sistemi difensivi siano angioni, come molti pensano, o normanni come mi viene da ritenere.

Sul lato orientale è probabile che non vi fossero altre torri perché la situazione naturale, in forte declivo, della roccia su cui terminava la murazione rendeva inutile la loro presenza.

Dal 1443, e per quasi un secolo, il paese appartenne ai Cicinello (che tenevano anche Carpinone), ma dal 1531 fu venduto ai d’Afflitto la cui ultima discendente, Camilla, essendo femmina, determinò il passaggio del feudo al marito Giuseppe Antonio Caracciolo de Pisquizi e ai suoi discendenti fino all’eversione della feudalità.

Oggi Pettorano vecchia è pressoché abbandonata perché il paese si è spostato dall’altra parte dell’antico castello, verso occidente.

La piazza, sebbene totalmente rifatta anche con materiali moderni, è gradevole e sembra fatta apposta per aspettare ospiti che vogliono un paese pulito, perché di fatto Pettoranello si presenta gradevolmente pulito.

Una piazza in cui la facciata della chiesa di S. Maria Assunta sembra troppo grande per un paese così piccolo, compartita come è in maniera da far immaginare che l’interno sia a tre navate. Quando si entra si scopre che è a pianta centrale, a croce greca.

Sull’altare una bella tela con una Dormitio virginis e la Madonna Assunta di buona fattura.

A destra dell’ingresso, un po’ nascosto, sta il piccolo gruppo di S. Nicola con i tre bambini nell’otre, le tre palle sul libro e il bambino con la coppa. E’ tra le più aggraziate tra quelle che ho visto girando per i paesi della provincia. Intorno, tutte le nicchie hanno la statua di un proprio santo. Non vista, nel braccio di destra, la statua di S. Emidio che protegge dai terremoti. Poi S. Sebastiano, S. Rocco, S. Lucia, S. Antonio. Sulla sinistra la cappella dedicata al Cristo morto e l’Addolorata.

La chiesa è affrescata nelle volte e, ovviamente, il ciclo è dedicato ad episodi della vita della Madonna, a cominciare dalla Nascita di Maria con S. Anna nel letto e le levatrici che preparano le fasce. è una rappresentazione che, come le altre, si riporta ad una iconografia consueta.

Così il matrimonio di Maria con S. Giuseppe che regge l’immancabile bastone fiorito.

Nei pennacchi sono raffigurati vari profeti (Davide, Isaia, Geremia) che hanno previsto la venuta del Cristo con citazioni bibliche riportate sui cartigli posti sui quatto pennacchi della pseudo-cupola. Nel braccio di sinistra l’Annunciazione. In quello di destra l’angelo che avverte S. Giuseppe perché fugga in Egitto.

.Ad una certa distanza dalla chiesa, dove comincia la salita per il palazzo baronale, vi è un originale monumento ai caduti, opera di Benvenuto Succi, artista isernino che dalla pietra fa uscire forme inquietanti.

 

 

Franco Valente

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