I RAGAZZI DELLA VIA MIRANDOLA

NEL RICORDO DI GIANCARLO DI COLA

| di Orazio Di Stefano
| Categoria: Attualità
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Nel titolo ho parafrasato i ragazzi della Via Pal per ricordare i ragazzi della Via Mirandola e soprattutto Giancarlo, che ieri ha avuto l’estremo saluto a San Nicola.

I ragazzi della Via Mirandola, quelli che sono stati ragazzi con me, erano di tre tipologie o se si preferisce di tre età: quando si è piccoli l’età equivale alla tipologia, nel senso che è l’età a determinare le cose che si fanno e soprattutto con chi le si fanno.

I ragazzi della Via Mirandola sono quelli nati nel decennio ’60-’70. Del ’60 (o giù di lì): Dino, Nanduccio, Angelo, Matteo, Marcello, Raimondo, due Claudio, Vitale... Della metà del decennio: Dino (che non c’è più) Tommasino, Massimo, quattro Nicola (di cui uno emigrato in Australia, che continua a seguirci via facebook), Fernando, Mario, tre Antonio, Luciano, Emilio, Vito, Salvatore, Lino, Lorenzo ed io. Della fine del decennio e dell’inizio del successivo: Vitale, Fabio, Simone, Andrea, Riccardo, Fabrizio, Lucio (che non c’è più), Michelino (che non c’è più), tre Giancarlo, di cui uno, Di Cola, l' abbiamo salutato proprio ieri.

Perché di una quarantina di ragazzi, ora cinquantenni e sessantenni, ci abbiano lasciati in quattro, di cui tre del gruppo dei più giovani è un mistero che solo Dio potrà svelarci. Lo stesso Dio che noi ragazzi della Mirandola abbiamo conosciuto grazie a Don Piero, che quando è venuto aveva una decina di anni in più di Dino, Nanduccio, Angelo, Matteo, Marcello, Raimondo e i due Claudio, ma è come se ne avesse avuto 100.

Don Piero aveva studiato in Seminario per evangelizzare le periferie del mondo. Doveva andare in Brasile, ma il suo Vescovo gli disse che il Brasile stava nella parte di San Salvo che si stava urbanizzando all’epoca. Infatti, i due palazzi dove abitavamo Andrea, Raimondo, Mario, Antonio, Luciano, mio fratello ed io erano il secondo ed il terzo della città. Alcuni ragazzi della Via Mirandola erano nativi sansalvesi; altri, come me, venivano dal vastese interno. Ma eravano saldamente uniti per appartenenza alla stessa classe sociale, anzi alla stessa cultura sociale.

I nostri genitori per lo più erano operai, anche se c’era tra di loro qualche impiegato e qualche commerciante. Eppure non li distinguevi: erano tutti figli della cultura contadina.

Si parlava lo stesso dialetto, si giocava a palla sull’ asfalto, si andava a “rampa lupina” agli Stingi. E soprattutto si serviva lo stesso Dio, indossando la stessa tonaca, che era della stessa misura: tranne quella di Raimondo che era il più alto di noi tutti.

Ci piacevano le stesse ragazze. Ce n’èrano di belle a Via della Mirandola e mi scuso con loro se non le cito: lo farò successivamente. La sera alle sette e venti si andava a vedere Happy Days e dopo cena Carosello. Se i nostri genitori erano, come detto, operai, con qualche impiegato e qualche commerciante, noi abbiamo oggi una diversità d’impiego di molto superiore: ci sono tra noi operai, qualche commerciante, ma tanti impiegati e soprattutto professionisti affermati. L’ascensore sociale ha funzionato per i nati negli anni sessanta (chi sa se funzionerà per i nostri figli): Alcuni di noi hanno avuto successo sociale: Emilio, il fratello di Giancarlo, è un sindacalista che siede al cospetto di manager con assoluta autorevolezza. Quando sono salito al quarto piano della Pilkington mi sono ricordato che a mio padre e probabilmente a quello di Emilio la palazzina era inibita al tempo.

Eppure, aver raggiunto dei risultati nelle nostre rispettive attività non ci ha fatto vendere l’anima, non ci ha fatto dimenticare che veniamo da Via Mirandola, perché siamo anche noi figli della cultura contadina, cioè abbiamo una formazione sostanzialmente comunitaria.

Conosciamo il valore della solidarietà, dello scambio vicendevole, dell’aiuto per aiuto, del rispetto degli altri (che a volta sfocia in deferenza, ma per fortuna ce ne stiamo affrancando). Per questo la perdita di Giancarlo l’abbiamo sentita come la perdita di una comunità. Fabrizio Ciurlia ha ricordato che faceva parte del Comitato Feste San Nicola: aveva dato il cambio a Domenico e Cesario, della generazione precedente alla nostra.

Qui potrei anche ricordare che faceva parte dei ragazzi del tifo biancazzurro. Giancarlo praticamente aveva continuato a fare le cose che facevamo da ragazzi, forse per ricordare a noi che qualunque cosa si fa nella vita ed ovunque si arrivi si resta sempre attaccati alle radici dell’infanzia, soprattutto se sono radici buone.

A Via della Mirandola le radici erano buone, legate ai valori di comunità. Quella comunità che i fratelli non li dimentica: mai ! Ciao Giancarlo.

 

Orazio Di Stefano

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