Ci sarà il 12 agosto, durante la Giornata delle Radici, la presentazione dell'ultimo libro di Emiliano Longhi, poeta e scrittore fresano, già Addetto culturale di molte Ambasciate nel mondo. Di seguito alcune considerazioni dello stesso autore che dimostrano il legame dello stesso con Fresa e che presagiscono ulteriori e significative considerazioni e riflessioni che emergeranno nell'evento di presentazione
L’ultimo mio libro di poesie risale al novembre 2015, dunque, circa dieci anni fa. Nel frattempo, mi sono occupato di altri temi, ma la poesia ha continuato a vivere e fermentare dentro di me: annotazioni, scritte su ciò che mi capitava tra le mani, al momento, e nelle situazioni più disparate, sia di giorno che di notte: idee, spunti, ricordi, che poi ho sviluppato e fatto confluire in questo libro. Talvolta, mi domando: perché abbia deciso di scrivere questo libro di poesie? La risposta è che un tale progetto occupava da tempo la mia mente, e mi stimolava a raccontare un lontano frammento della mia esistenza. Sicché ho sentito il bisogno, l’urgenza di dipingere, con i miei versi, dei quadri di scene e di ritratti. “Dipingere”, quindi, fatti, vicende e persone, e fra queste ultime, in primis, stanno i miei genitori, ai quali devo tanto: amore, affetto, educazione e i mezzi che mi hanno permesso di studiare e realizzarmi - con successo, almeno così credo - nella vita. Da loro ho ricevuto tante cose, e particolarmente da mia madre: l’amore per la musica, la lirica, soprattutto; la passione per il racconto e la storia. È a loro che dedico questo libro.
Con questa raccolta di poesie ho voluto ricreare un affresco, un mosaico – sia pur incompleto - dei miei ricordi, delle mie sensazioni, delle mie emozioni. Il mio intento è stato, altresì, quello di tratteggiare, esaltare i miti, la storia e le bellezze del mio paese natale, dall'infanzia alla prima gioventù. Avrei potuto scegliere la prosa, sotto la forma del racconto o farne persino un romanzo fra storia e fantasia. Ma non è stato così. Ha prevalso la forma del verso, la poesia.
Parlando di poesia, mi piace condividere, con Te, caro lettore, questa mia riflessione: i versi che danno vita ai nostri pensieri, alle nostre emozioni, sono, in fin dei conti, solo parole mute, come è muta la notte senza vento; esse, nell’atto della scrittura, “parlano” solo al suo creatore. Ed è così che, durante quell’atto, unico e irripetibile, s’instaura, fra loro, un silenzioso dialogo, come fra muti. Ma quando vengono letti da altri, quei versi, quelle parole, parlano, comunicano, e gli appartengono; perché penetrando negli occhi, entrano a far parte della sua mente, del suo cuore. Quando, poi, sono recitati, quei versi, quelle parole, tramite la voce del recitante, si proiettano verso l’esterno, richiamando l’attenzione di altri ascoltatori, diventano suoni e messaggi. Ecco perché, la poesia deve uscire dalla clausura dei “conventi” letterari, per rivolgersi al grande pubblico, parlare alla gente, ai giovani; per dar loro, magari, una parola di conforto, un attimo di meditazione, e, perché no, anche contribuire a elevare il livello della sensibilità, e tendere a migliorare il comportamento di ognuno; frenare i nostri istinti, ingentilire l’anima, scendere nel cuore come un dolce liquore.
Il proposito, lo scopo di questo lavoro poetico è nato dal mio desiderio di confrontarmi con il racconto di un particolare momento della mia vita, attraverso lo scavo della memoria – la mia linfa vitale –, e con l’aiuto di un ampio repertorio fotografico (di cui sono l’autore, tranne alcune foto di diversa provenienza), che abbraccia alcuni dei molteplici aspetti di quel periodo felice. La mia passione per la fotografia risale ai miei anni verdi. Quelle foto hanno lasciato un segno indelebile nella mia vita. E poi, aggiungo che il lettore del posto si riconoscerà in quei luoghi, trovandoli familiari, e identificandosi con essi. E se, per giunta, ha vissuto quell'epoca, non avrà difficoltà a immedesimarsi nella lettura delle mie poesie. E, forse, in talune immagini, a rivivere momenti di quella stagione, come in un teatro, dove, ogni giorno, si rappresenta un'opera, e dove si è attori e spettatori al tempo stesso.
Queste poesie, oltre al respiro di un’impronta autobiografica, contengono, quelli che potremmo definire aspetti di carattere antropologico e sociologico; giacché esse, all’infuori di quelle dove l’accento lirico, e di intima nostalgia, è prevalente, parlano, in forma descrittiva, di radici e tradizioni; di lavori e giochi perduti nel tempo; delle feste, della guerra, dell’emigrazione, della famiglia; di persone, di costume, di momenti di vita paesana, ecc. Solo mi auguro di aver reso al meglio l’atmosfera di quegli anni, che ho cercato di descrivere con precisione e dovizia di particolari, e sempre avvolto in una nuvola di malinconica nostalgia.
Ho viaggiato e vissuto in tanti Paesi, ho abitato in alcune delle capitali più importanti del mondo, visitato numerose città e luoghi, così diversi per grandezza, cultura e tradizioni, ma Fresa è il luogo, il posto, il cantuccio, che pur lontano, mi è stato sempre vicino, nei sogni, i ricordi, e nella presenza costante della mia prima lingua materna - il dialetto fresano – che non ho mai abbandonato. Quel paese, quel piccolo borgo, l'ho abitato vivendo e convivendo con i suoi abitanti-paesani – l’altro me del mio specchio -; e l’ho vissuto con intensa curiosità e passione, come in una giostra di incontri, insieme ai gufi, alle lucciole, ai passeri, alle rondini, ai colombi. L’ho percorso in lungo e in largo, con gli occhi curiosi, sempre aperti, e il cuore palpitante; l’ho morso, l’ho divorato, l’ho ruminato, l’ho annusato, l’ho ascoltato fin nei minimi rumori. “Ho contato le buche, Le fessure dei muri, E i sassi scuri” (versi di una mia poesia). Fresa rappresenta, per me, un punto fermo, le mie profonde radici, un luogo in cui il tempo, per certi aspetti, si è fermato, come ferme sono le sue pietre. Un guscio protettivo, un rifugio sicuro, un utero: la mia Itaca.